Foto Randolph Matthews

E’ indiscutibilmente blu il colore-simbolo della serata di sabato 14 gennaio al Frassati. Blu come i fari di luce puntati, a tratti, sulla platea entusiasta. Blu come l’ elegante trench che avvolge l’ospite d’onore acclamato e a lungo applaudito. Sul palco appare la figura longilinea di Randolph Matthews, vocalist, compositore e produttore londinese, straordinario performer della beatbox - tecnica che riproduce con la voce gli strumenti musicali, resa famosa da Bobby McFerrin. Lo accompagna la sua collaudata band italiana: Alessandro Diaferio alla chitarra (fautore del suo primo contatto sonoro con l’ Italia, sette anni fa), Andrea Vismara al basso, Pablo Leoni alla batteria e il “nostro” Cisco Portone alle percussioni. Di nuovo blu(e) -dunque - come la regina “title track” del recente lavoro in studio “Blue Queen”; e ancora  blu(es) come i dissonanti cori neri d’inquieta e ribelle memoria.  Randolph è un cantante eclettico, alquanto singolare. Al tipico soul-style unisce lo scat del jazz alla sperimentazione, mischiando influenze elettroniche ed etniche ad una poetica delicata, condita sapientemente con un certo “British humor”. Personaggio singolare, ben conscio del suo talento travolgente frutto di esperienze consolidate negli svariati campi dell’ arte musicale e teatrale, apre lo show denominato “The British Afro Blues Project” con “Shifting Sands”- chiaro tributo all’ indimenticata Madre Africa, terra d’ origine dei suoi genitori - dove la voce è supportata dalla loupe machine che sovrappone linee melodiche e percussive in tempo reale, creando orchestrazioni vocali particolari ed evocative. Tutte le dieci canzoni del nuovo album si susseguono con armoniosa fluidità  e paiono sintonizzarsi alle storie della vita, con quella nota melanconica e quell’ atmosfera sofisticata tipiche del blues di classe, qui venato di sfumature jazz, funky e afro. Spiccano la ritmata e ipnotica “Breathe”, la sensuale “Blue Queen”, una graffiante e travolgente “Use me” e l’ accattivante “See her face again”, sostenuta dall’intera base ritmica del gruppo e mixata con la celeberrima “Walking on the moon” dei Police. Il suono risulta potente, corposo, perfetto sia nelle sovrapposizioni strumentali che negli assoli. C’ è spazio anche per il  tocco di pathos nella lullaby “Wordz”, ninnananna acustica chitarra-voce, ma anche per la divertente interpretazione di “Police dog” con i due percussionisti discesi tra il pubblico in compagnia di aggeggi sonori d’ ogni tipo a cadenzare il rimbombo simpatico d’ululati e d’abbaiar di cani collettivo. Ovazioni e brividi, poi, per la stratosferica e personalissima interpretazione di “Hey Joe” (“la canzone che mi ha cambiato la vita”- asserisce Randolph ) dell’ immenso Hendrix, suo maestro ispiratore. Tre i bis proposti, tra i quali emerge l’ intensa “Evolution of man”, trascinante conclusione di un concerto di spessore dove la fusione di voce, ritmi e suoni offre ai presenti sensazioni indescrivibili. Francesca Giudice – Ufficio stampa QM
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