Xenos, le foto

Anche il Laboratorio Teatrale Quadrato Magico 2018 ha seguito  le orme appena tracciate da quello dei ragazzi con “Le uguali diversità”. Il tema,  caro alla regista Gigliola Amonini , da anni faro e riferimento imprescindibile delle due fortunate realtà cultural-teatrali ben radicate nel nostro territorio- è  quanto mai attuale e delicato. Si narra d’ immigrazione, dello straniero, nella nuova produzione “Xenos”- ovvero “ospite” o “ che proviene da un’ altra città”- dall’ etimologia di greca memoria, che ci porta a rimembrare anche l’ apprezzato lavoro sul medesimo  argomento affrontato dal Laboratorio nel 2008 con “L’ ultimo viaggio di Sindbad”, dall’ opera di Erri De Luca. E “Xenos”, presentato sabato 10 marzo al Teatro Frassati come spettacolo-riflessione di spessore, scritto e diretto dalle abili mani di Gigliola, di buon grado attinge ancora alla poetica di Erri De Luca, nonché da alcuni scritti sociologici firmati Domenico De Masi- già gradito ospite a Sondrio lo scorso anno.  Densa di contenuti e significati profondi, la rappresentazione si avvale di musiche appropriate, che penetrano come lance a trafiggere il cuore, sublime completamento alle movenze ora sinuose ora convulse, a tratti declamanti o corali, dei validi protagonisti-attori. Emerge la considerazione di quanto in fondo tutti noi siamo spesso “stranieri” a noi stessi e agli altri quando “non ci riconosciamo nelle idee che abbiamo pensato, nei volti che ci hanno amato” e quel  senso di estraneità continua ad insinuarsi rendendoci “stranieri” rispetto ai concittadini che non ci interessa conoscere o ai discorsi che non condividiamo, o ancora “stranieri” nei luoghi che ci accolgono come turisti o in quelli dove ci spostiamo come migranti. Se davvero “non bastano 80 anni di vita per diventare autoctoni in un pianeta dove non si è mai stati prima e dove mai più si tornerà”, ci si interroga allora su come l’ umanità possa ritrovare quel senso d’ appartenenza e di radicamento- condizione indispensabile per garantire a ciascuno un percorso terreno dignitoso e opportuno. Disorientato, sconcertato, l’ uomo del terzo millennio vaga sovente alla ricerca di sé: gli attori in scena svestono allora l’ attaccapanni dei molti drappi rossi, li indossano e scelgono di recitare, sussurrare oppure gridare parole o concetti in base all’ intensità e alla forza del messaggio da divulgare. Sul palco c’ è anche un mucchio di lenzuola bianche adagiate alla rinfusa, che fungono da  schermo e copertura “per nascondere persone che non vogliamo vedere”, disperazioni strazianti di cui nemmeno ci accorgiamo. Sparire, fuggire da uno spazio divenuto opprimente, “ sognarsi in un luogo dello spirito o della geografia dove sia finalmente possibile frequentare nuove emozioni o portare a termine un progetto di vita”. Le grandi città, queste moderne e anonime località di promiscue solitudini, inghiottono ogni anno milioni di persone trasformandoli in “vuoti a perdere”, proprio come i vuoti di bottiglie, barattoli e lattine rovesciati davanti alla platea. Vuoti, nudi: così un ammasso di vestiti inforcati vengono poi sparsi come letame buono sopra l’ indifferenza, l’ emarginazione, la solitudine. Si chiude il sipario coi ringraziamenti di rito, mentre sul pubblico coinvolto e attento volano manciate di foglietti bianchi - custodi di un messaggio intenso di speranza, di cui far tesoro dentro il cuore: “Non esistono muri abbastanza alti da fermare la pace”. Francesca Giudice – Ufficio stampa QM
Precedente Lab.Teatrale Ragazzi 2018, le foto Successivo Lab. Teatrale QM: Xenos